Shepard Fairey /// Obey in mostra dal 15 maggio da Federica Ghizzoni con 60 opere serigrafiche.

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“Question everything”, discuti qualunque cosa, è il motto di Shepard Fairey, da tutti conosciuto e riconosciuto come Obey (“obbedire”, la parola inserita sotto il suo primo sticker, che ormai ha fatto storia, in cui l’artista di strada ha illustrato il wrestler the Giant). E’ con questo spirito che l’americano realizza le sue opere, dall’aspetto quasi ornamentale, ma dal contenuto fortemente denso: personaggi politici, come George W. Bush coi baffi da Hitler; paesaggi urbani falsamente romantici, perché rovinati da industrie, smog e ripetitori, come in These sunset are to die for; simboli di diverse razze, culture e religioni riletti in maniera ironica; messaggi sociali e messaggi contro la guerra; o ancora personaggi riconoscibili come Cassius Clay, o una parodia dello zio Sam con in mano sei teschi a rappresentare sei diversi valori – diritti umani, democrazia, pace, giustizia, privacy, libertà civile – che l’artista considera morti, ma con una chiara indicazione: “fate come dice, non come agisce”. Questi alcuni dei temi illustrati nelle 60 serigrafie esposte presso la galleria Federica Ghizzoni a Milano.

E’ la prima volta che in uno spazio milanese è possibile vedere tanti soggetti firmati Shepard Fairey che convivono in un unico spazio. Le opere di Obey, riconoscibili sia per il raffinato stile illustrativo che ha sempre utilizzato per le strade, che per i soggetti scelti con cruda ironia e  intelligente polemica, raggiungono fama e mercato internazionale quando Obama vince le elezioni e diviene presidente degli Stati Uniti. Shepard Fairey infatti nel 2008 realizza un poster con un ritratto dell’allora deputato americano, dal titolo Hope, speranza. Obama vince e l’opera diviene un simbolo. Il suo autore non solo ottiene la consacrazione di writer tra i più famosi al mondo, di fianco a un nome come quello dell’inglese Banksy, ma raggiunge anche il suo scopo: diffondere un’intenzione, in questo caso quello di “avere speranza”.

Dunque “il medium è il messaggio”, per parafrasare uno dei maestri di Obey, Marshall McLuhan, e senza dubbio inquadra lo scopo dell’opera, insieme alla reazione dell’utente per le strade. Dunque Obey come un Banksy, con una differenza: di lui si conoscono il nome e cognome e il volto.

Shepard Fairey, classe 1970, incomincia nel 1984 come illustratore e graphic designer su skateboards e magliette; nel 1989 si impadronisce dei muri delle sue strade con una campagna di stickers grazie alla quale è riconosciuto dalla gente; studia a Boston dove espone per la prima personale nel 2009 presso l’Institute of Contemporary Art, dunque consacrato all’interno di un Museo: è un traguardo particolare e prestigioso per un artista di strada che ha finalmente la possibilità di esporre all’interno del contenitore più tradizionale per l’arte opere come serigrafie, stencils, stickers, collages, e anche lavori su legno, metallo e tela. Da un pubblico di amici e studenti, al target elitario dell’arte e alle copertine del New York Times. Dopo lavori in strada, rincorse, arresti, mostre importanti, ecco le sue opere serigrafiche a Milano.

Rossella Farinotti

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Questa voce è stata pubblicata il 7 maggio 2012 alle 8:14 pm ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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