ADIEU LANGAGE /// L’ultima pellicola, tra ARTE e CINEMA, di GODARD

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C’è vasta dialettica su Adieu langage, l’atteso film di Jean-Luc Godard. Il maestro francese non si è mai posto, salvo che all’inizio, il problema del rapporto col pubblico, si è sempre confrontato solo con se stesso. E questo rende molto difficile collocarlo, persino scriverne, a meno che non venga accettato l’assunto di molti cinefili estremi e pazienti secondo il quale ciò che tocca il “genio” diventa divino e nessuno lo può mettere in discussione. Io non sono fra quelli.

Ma per Godard ci può stare, anche per semplificare. In questo senso faccio un titolo: La chinoise, un film che fece parte della cultura di chi era all’università negli anni ardenti, anche della mia. Godard aveva anticipato la rivoluzione studentesca un anno prima del maggio francese. Lì sì, c’era il genio.

Prima di arrivare alla stagione della ricerca ultrapersonale, senza prigionieri, della provocazione, della sperimentazione linguistica sempre nel quadro dell’indicazione politica, rigorosamente di sinistra, anche Godard aveva raccontato con una logica narrativa, accreditata e accettata. Faccio un titolo, il suo primo, Fino all’ultimo respiro. Che rimane la sua opera più “riconosciuta”. Guardando Adieu langage ho prefigurato un gioco: lo spettatore non sa che la firma di quel film è di Godard, gli hanno detto che è l’esercizio di uno studente di una scuola di cinema. La storia, se così si può chiamarla: una donna, bella, sempre nuda, frequenta un uomo, squallido, volgare, poi (forse) un altro. Parlano: ecco alcuni momenti: “gli assoluti sono lo zero e l’infinito” dice lui “no, sono la morte e il sesso” ribatte lei. Lei: “voglio chiamare proletario il re delle cose, io posso saper ciò che pensa qualcun altro, ma non ciò che penso io”. Ancora la donna: “ io parlo di uguaglianza e ogni volta tu parli di cacca”. E lui si siede a defecare sul water non dopo aver prodotto un sonoro peto. Ancora lei “prego dio che verremo tutti assolti”. Lui: “facciamo un bambino”. “No, voglio un cane”. Ecco, il cane è la parte più simpatica –usiamo quell’aggettivo-. Cammina nei prati, nei fiori, nel fango, si accuccia sul divano da dove guarda gli umani. Metafora, simbolo: quanti ne vuoi. L’autore tocca anche una data importante e tragica, il 1933, e rileva che non significa solo l’avvento di Hitler, ma anche l’invenzione della televisione. Contrasto e metafora: ragionarci sopra. Arriva una frase sui morti “forse la guerra è finita solo per loro”. Fa parte del romanzo Prima che il gallo canti, di Cesare Pavese. Il tutto nel segno, consolidato, dell’appartenenza politica di sinistra, è notorio. Torniamo all’ignaro spettatore che non sa di chi sia la firma. E’ davvero probabile che dica “questo allievo mi sembra un po’ matto… ma dove vuole andare a parare, e poi, che noia!”. Ma se sai che l’autore è Godard cambia tutto, certo. Alla fine, nei titoli passano le citazioni, ecco i nomi: Pavese , Monet, Faulkner, Byron, Nicolas de Stael, Walter Benjamin, Dostojevsky, Sartre, Apollinaire, Mary Shelley. Non c’è dubbio che Godard abbia elaborato questi giganti e li abbia usati per rilanciare la sua visione generale della vita personale e di quella collettiva, e siamo sempre alla politica. Un rilievo mio personale: gli artisti detti sopra – e non alludo alla vita artistica- non hanno avuto destini  felici: Byron, Shelley e Monet sono morti in grande sofferenza. Pavese, Benjamin e il pittore russo de Stael si sono tolti la vita. La visione finale dell’84enne Godard è triste e sospesa e non ci lascia tante speranze. E se c’è una logica, Adieu langage appare un vero testamento, e non ci saranno altri film. Ma la logica di Godard è “imperscrutabile” come quella delle divinità. Pino Farinotti, Mymovies.it (lunedi 1 Dicembre 2014).

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Questa voce è stata pubblicata il 6 dicembre 2014 alle 9:04 am. È archiviata in Uncategorized con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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