CONCENTRATO di BIENNALE // GUIDA CONDENSATA per chi ha poche ore a disposizione

Questo condensato è il frutto di 3 giorni passati a perdersi tra chiacchiere e ispirazioni, fermandosi a parlare con artisti, saltando tra mezzi pubblici impossibili da capire,  mostre a cui dovevi andare e non sei più andato e viceversa.
E adesso mettiamo le gambe in acqua, va’.

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Ha aperto al pubblico ieri, il 9 maggio, la 56ma Biennale d’Arte di Venezia, 120mo compleanno.
In 3 giorni, tra Giardini, Arsenale, Padiglioni e Personali non sono riuscito ancora a vedere tutto. Ma siccome 3 giorni di sudata vacanza sono comunque un lusso, ecco alcune cose da vedere se avete solo poche ore a disposizione.

1- Cominciate dall’Arsenale:
Comprate l’ottima guida breve al bookstore e usatela per navigare tra gli artisti in cui si declina il tema di questa edizione, “Tutti i futuri del mondo”. Molti di loro hanno storie personali incredibili- poterle conoscere in poche righe non sostituirà una chiacchierata con loro, ma aiuta.
Mostra Centrale: merita davvero, più di quella ai Giardini secondo me. Tra tutto, mi fermerei sulle opere degli Americani: Terry Adkins che voleva fare musica invece è diventato scultore potente, elegante e rivoluzionario.
Theaster Gates, con la sua opera fortemente simbolica ma soprattutto bellissima da guardare e ascoltare, ambientata in una chiesa sconsacrata.
E poi la storia incredibile della vita del rifugiato della Sierra Leone Abu Bakarr Mansaray e delle Wunderwaffen che ha disegnato mentre era nel campo profughi, rischiando il linciaggio dei suoi compagni (lui è un ingegnere e mi ha detto che é in grado di costruire ciascuna delle macchine assurde che ha disegnato, come un Leonardo dell’Equatore).
La Cinese Cao Fei, big promise. Non fate vedere i suoi bellissimi plastici apocalittici a Bruno Vespa.
Tra l’altro, quest’anno i plastici vanno un sacco: Cao Fei, i progetti di distruzione di monumenti di Nidhal Chamekh e il condominio di Dainius Liškevičius al padiglione Lituania (a Ca’ Zenobio, che merita davvero) sono tutti diversissimi e coinvolgenti.
E poi i disegni spiazzanti di Olga Chernysheva, delicatissimi, che cercano l’arte nascosta nei meandri della vita grazie a titoli talvolta davvero disarmanti.

E infine due Argentini: Mika Rottenberg con il suo negozio di perle da oltrepassare per sperimentare l’irritazione artistica, il meticciamento e la de-materializzazione del contemporaneo.
Ernesto Ballestreros invece, facendo volare il suo aeroplanino (se beccate la performance) rende visibile l’invisibile forma e anima dell’aria.

Padiglioni Nazionali all’Arsenale: Kosovo, Interlatino (hanno recuperato le voci degli indigeni americani prima che spariscano per sempre, idea stupenda), Lettonia con un’installazione monumentale e molto artigianale, e Slovenia (hint: appoggiate tutto il corpo alla parete bianca dietro l’installazione per sentirla vibrare).

2- Giardini
Qui, secondo me, vale la pena concentrarsi su alcuni Padiglioni Nazionali senza soffrire se si rimanda alla prossima volta la visita al Padiglione Centrale.
Assolutamente il Canada. Fantastico, pop e profondamente sociale “Canadassimo”, il lavoro del collettivo BGL nascosto dentro ad un cantiere. Osservate bene gli scaffali del supermercatino e divertitevi a buttare via un sacco di monetine nel grande parco giochi simbolico del consumerism, che ormai è sia dentro che fuori gli spazi per cui era stato originariamente progettato (infatti il padiglione l’hanno praticamente sventrato).
Poi il sicuro vincitore del Premio Selfie, l’opera di Chiharu Shiota per il Giappone, il cui visivo romanticissimo pieno di chiavi e fili rossi rischia però di distrarre da un contenuto più simbolico che concettuale.
Serbia sicuramente merita, con le sue Bandiere Morte.
E sempre da quel lato dei Giardini, il Brasile con la sua bandiera dei poveri all’ingresso, la Romania con dei dipinti davvero belli e la Grecia, che porta in tavola (ma su un tavolo di lavoro) tutte le specialità che si mangiano in tempo di guerra e occupazione, potete immaginare.
Padiglione Americano sempre molto incisivo, specie grazie alla sua videoarte davvero da chapeau con Joan Jonas.
Se avete culo, sedetevi per giocare a scacchi a 3 con Patrick Bernier e la sua Echiquète al Padiglione Belgio. Il Padiglione ha un’altra opera che fa i conti in maniera costruttivamente anarchica con il passato coloniale politico e culturale della FranceAfrique, è la macchina generatrice di scenari di James Beckett.
E, dulcis in fundo, il Padiglione UK. Sembra di tuffarsi dentro una coppa di zabaione. È tutto giallo uovo e l’intento è proprio quello.

Pausa pranzo: agli Strani in via Garibaldi, lasciate perdere il resto. Bacaro da spriz al Select con cicheti buoni, non esoso nei prezzi.

Sera:
Fate un giro a Castello vicino al Magazzino Occupato Moriol, oppure a Dorsoduro partendo dai Magazzini del Sale (mostra su Vedova e Calder, più mostra di 20 artisti di Los Angeles) percorrete tutta la riva fermandovi allo Squero davanti al cantiere delle gondole, e poi continuate fino a Ca’Zenobio fermandovi per cena da Codroma, con 25 euro vi fate vino antipasto, piatto e caffé.
Se avete bisogno di qualcosa di più vicino alla Ferrovia, il bacareto da Lele ai Tolentini è sempre un gioiello.
Dietro Campo Santo Stefano c’è anche Fiore. Come ristorante è caro, ma se prendete un mezzo prosecchino della casa e un piatto di fritto o di seppie da mangiare in piedi è conveniente.

Non alloggiate in alcun posto che non sia a Venezia città. Io ho provato da Chioggia, ché la laguna è la stessa, ma non è stata una grande idea.
Non si può fare affidamento sui vaporetti.
Ma tanto Venezia si fa sempre perdonare tutto.

Nick Moronato

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Questa voce è stata pubblicata il 10 maggio 2015 alle 10:21 pm. È archiviata in Uncategorized con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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