Arte/Cinema

PUNTATA 2

 Bruegel. I colori della passione // il cinema traduce l’arte nobile.

Lech Majewski è un nome che legittimamente si pone nella storia del cinema. Non è un innovatore, un legislatore, ma col suo I colori della passione ha composto un’opera che traduce l’arte in cinema. Accetta la sacrale prevalenza dell’arte nobile, si pone al suo servizio, e firma un unicum, anzi, come detto sopra lo perfeziona, perché c’erano stati altri autori che si erano applicati a quella formula, grandi autori. Qualche richiamo storico è opportuno. Tarkovskij aveva già lavorato su Bruegel (I cacciatori nella neve), così come Kurosawa (Sogni) e Rohmer (La nobildonna e il duca). Minnelli aveva animato Lautrec (Un americano a Parigi) e Van Gogh (Brama di vivere). Un lavoro intenso, quasi dolente, lo si deve a Saura che ha ricostruito sul set i grandi lavori di Goya. E qui si possono rilevare analogie curiose e potenti, che si intrecciano fra presente e passato, fra opere e autori. Goya era a Madrid quando nel 1808 Napoleone invasela Spagna.Larivolta, violentissima, esplodeva ovunque e altrettanto violenta era la repressione. Goya dunque c’era dentro e non poteva non assumere quella vicenda a modo suo. Così, nel 1813 compose uno dei più drammatici quadri dell’arte spagnola e del mondo: “La fucilazione sulla montagna del Principe Pio” . La sequenza di Saura rappresenta la fucilazione come punto d’arrivo. Raramente pittura e cinema si sono combinati con tanta efficacia. Saura conosceva bene il sentimento di un paese governato da una dittatura, per anni aveva convissuto col regime franchista. Bruegel aveva vissuto a Bruxelles. Carlo V, imperatore, re di Spagna, cattolicissimo, si era opposto al luteranesimo prima con fermezza, poi con violenza, successivamente aveva abdicato a favore di suo figlio Filippo II che perfezionò la repressione violenta del padre. Bruxelles era allora una città profondamente attaccata dalla controriforma, dove i neoprotestanti venivano perseguiti, torturati e condannati a morte. In quella città, in quegli anni, viveva Pieter Bruegel. Il contesto era dunque pericoloso e violento, ma, paradossalmente, congeniale a una fase dell’opera del grande artista.

 1981

Come Saura, Goya e Bruegel, anche Majewski ha toccato un regime. Nato a Katowice in Polonia, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, nel 1981, ventottenne, si trasferì in America. Quell’’81 non è casuale, è proprio in quell’anno che in Polonia venne proclamato lo stato di guerra civile, per far fronte a quell’ evoluzione storica, inevitabile, che era  Solidarność. Franco, Napoleone, Filippo II, Jaruzelski: oppressori che negavano le libertà. Una situazione intollerabile per artisti, per definizione, spiriti liberi. Ma, come detto sopra, situazione “paradossalmente congeniale”. Chissà se questo filo di robusta sezione ha legato gli intenti e i contenuti, “atemporalmente”, di questi artisti. Fatte le debite distinzioni di categorie e di discipline, Majewski non fa parte di quella nobiltà, ma la sua dotazione è importante e completa. E’ musicista e poeta, ed è pittore naturalmente.

 Il regista polacco ha dunque lavorato su La salita al calvario, un olio su tela, cm. 124 x 170, datata 1564. Si trova al Kunsthistorisches Museum di Vienna. E’ l’opera di maggiori dimensioni di Bruegel.

 Fiammingo

La composizione rappresenta più di 150 personaggi inseriti in un paesaggio squisitamente fiammingo. I costumi sono naturalmente cinquecenteschi, ma non tutti. Nel centro dell’opera prevale Gesù che cade sotto il peso della croce, lo accompagnano Giovanni, Maria  e le pie donne. Il loro abbigliamento è ideale, atemporale, il gruppo si isola dal resto di quel mondo intorno. Comanda, in alto, un mulino, sullo sfondo si staglia, nebulosa, Gerusalemme. Importante, altamente simbolica è la ruota della tortura sulla quale è issato il malcapitato eretico divorato dai corvi. E sotto la ruota vigila un personaggio, forse lo stesso artista. E poi contadini, soldati, saltimbanchi e tutte le altre creature del pittore. Ciascuna con una sua identità studiata. I costumi sono naturalmente secondo filologia e cultura. Il regista accompagna Bruegel nell’arte e nel privato. L’artista prepara i disegni preliminari, spiega la composizione al signorotto locale, all’altezza di capire estetica, filosofia, struttura. Moglie e bambini di Bruegel, così come i contadini e i soldati spagnoli, sono un esercizio di autentica accademia di costumi. I colori del dipinto sono trasferiti alla perfezione nel fotogramma. Insomma una simbiosi assoluta fra le due discipline. Rutger Hauer è Bruegel. L’attore è … di quelle parti, è olandese, avrebbe l’età (68) per essere il padre di Bruegel, trentacinquenne all’epoca del dipinto, ma è coinvolto ed efficace da giustificare quella licenza. Quando il pittore termina la composizione, lo schermo diventa tela, l’obiettivo parte dal particolare per allargarsi su tutto l’insieme. Quella Salita al calvario, scelta da Majewski è dunque uno degli incanti del mondo. Se, come detto, il regista non è proprio un inventore, lo fu invece Pieter  Bruegel il vecchio, che a metà Cinquecento, dopo aver toccato il nostro Rinascimento, evolveva i modelli verso una libertà stilistica che superava il puro figurativo e rivelava un embrione di surrealismo. Majewski aveva a disposizione il materiale migliore, una magnifica piattaforma di sortilegio e di privilegio. Non ha inventato, ma la sua gestione è stata all’altezza di quel materiale. Arte figurativa & cinema: l’unicum gli appartiene.

 Pino e Rossella Farinotti

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PUNTATA 1

Il Cinema e l’Arte

Il rapporto fra pittura e cinema è vasto e intenso. Trattasi di discipline “figurative”, significa che quasi tutti i registi nelle loro rappresentazioni hanno attinto a dei modelli pittorici. In chiavi diverse naturalmente, che verranno spiegate. Come ho scritto nella pagina di presentazione del blog (Eccoci) , è mio padre che mi ha fatto amare (il rischio opposto era forte) il cinema. E ho sempre seguito quella che faceva, fino a prendere insieme a lui le redini del dizionario Farinotti da tre anni. Ultimamente però  mio padre si sta appassionando a quello che faccio: amante dell’arte che lui chiama “vera” ( parliamo di Van Gogh, Bruegel, Picasso… ) ha iniziato a studiare il contemporaneo e a vedere mostre con me. Così è nata l’idea di scrivere insieme una serie di puntate (pubblicate sul sito Mymovies) su cinema e arte. Di seguito la prima, Francesco Hayez e Luchino Visconti. Spero vi piaccia.Image

Il cinema e l’arte          

Quando nel 1906/7 Picasso compone le sue Demoiselles de Avignon, di fatto spezza l’arte e porta la pittura sulla strada di un’evoluzione e di ricerca che decreta la fine del figurativo. A oltre un secolo da quello snodo gli artisti hanno dovuto adeguarsi, ricercare e investire, con risultati diversi, con opere più o meno importanti, congrue, oppure semplicemente incomprensibili. Seguirono polemiche a non finire, e continuano. Con un comune denominatore: alla comprensione del grande pubblico occorreva la mediazione di un critico. E questo, ho già avuto modo di dirlo… non va bene. Certo, ci sono artisti che fanno il figurativo, paesaggisti, ritrattisti, e ci saranno sempre. Ma l’arte contemporanea, quella dello sviluppo, dei musei, delle gallerie e dei mercanti, è molto lontana dal figurativo, dal reale. Lo dico in chiave ancora più semplice: dalla fotografia. Non è improprio dire che il “testimone figurativo”, all’inizio del Novecento è passato dalla pittura al cinema. Titolari della rappresentazione del reale sono dunque i film. Da quel momento la forbice è andata allargandosi, la distanza si è dilatata. Mentre un Carné negli anni trenta “dipingeva” il suo realismo cosiddetto poetico (un Gabin nella nebbia del porto di Brest), un altro francese, George Braque, superata la fase cubista di Picasso, sperimentava collage, nature morte, il mare e il volo degli uccelli letti come simboli nuovi e complessi. Il tutto lontanissimo dal figurativo. E così mentre De Sica otteneva un fotogramma perfetto fra documento e finzione in Ladri di Biciclette, Lucio Fontana spaccava gli ambienti con tagli di luce bianca e nera, innaturali, impossibili. Anche qui, davvero lontano il figurativo. Questi esempi essenziali per determinare la distanza fra le due discipline: ricerca e simbolismo dell’arte definivano, confermavano il cinema come titolare del figurativo.

Classica
Naturalmente l’arte figurativa, quella grande, quella classica, quella della “sindrome di Stendhal”, non poteva essere ignorata dal cinema. Così come il cinema non ha potuto ignorare i grandi romanzi. La pittura è dunque una miniera dalla profondità infinita. Per molti aspetti. Per cominciare le vite. I pittori erano spesso artisti estremi, con tutte, proprio tutte le coccarde della pazzia artistica. Una manna per gli sceneggiatori. Qualche nome e attitudine esemplari: Caravaggio il maledetto, la vita disperata di Van Gogh, il tormento di Michelangelo, il furore mistico di Goya, la predestinazione mortale di Modigliani, il machismo e la vitalità travolgente di Picasso, l’energia oltre gli ostacoli di Frida Kahlo. Tutti film realizzati. Con molti altri.

Opere
Le vite sono un segmento. Poi ci sono le opere. Per cominciare valgono quelle degli artisti appena scritti. Chimiamola “ispirazione”. In 2001 odissea nello spazioKubrick ha certamente studiato Mondrian. Ancora Kubrick devasta Gainsborough, Zoffany e Stubbs, in Barry Lyndon.Ejzenstejn aveva ben presenti Golovin e Schwarz in Ivan il terribileDreyer spiegò come certe sequenze di Dies Irae fossero ispirate a Rembrandt.
Ci sono dei fotogrammi in Sentieri selvaggi di Ford, che sembrano pitture di Remington. Hopper è un eroe dell’ispirazione, fra i molti film PsychoLa stangata e ManhattanAntonioni studiò Rosenquist per Zabriskie Point .
Il Nosferatu di Herzog è una derivazione di Friedrich. Senza contare i vari titoli dell’espressionismo. Poi c’è il solito Urlo di Munch, usato dovunque, anche nell’animazione. Ho citato doppi maestri, ma siamo ancora alla punta dell’iceberg.

Fuoco
E adesso il fuoco su un maestro tralasciato sopra, Luchino Visconti. Nel 1954 il regista milanese firmò Senso, un vero colossal. Venne venduto come il ‘Via col vento‘ italiano. Era una storia risorgimentale: la contessa Serpieri (Alida Valli), moglie di un aristocratico filoaustriaco, parteggia segretamente per i patrioti italiani. Si innamora di un giovane ufficiale, Franz Mahler (Farley Granger). Letteralmente perde la testa per lui. Alla fine tradisce tutti, compreso l’amante che verrà fucilato. Grande spettacolo, grandi colori e strepitoso melo. Visconti chiamò due scrittori del mondo, Paul Bowles e Tennesse Williams, che per aderire a quello che ritenevano uno spirito romantico da romanzo d’appendice, esagerarono e tradirono (anche loro) la propria attitudine compromettendo il lavoro della nostra Suso Cecchi D’Amico. Melodramma eccessivo che bene si traduceva nel bacio fra i due amanti. Un bacio famoso. Visconti era un grande esperto di arte. Molte scene del film si ispirano, per le istantanee militari e per le battaglie, a dipinti di Fattori e Signorini. Ma a comandare è Francesco Hayez, il grande ritrattista dell’Ottocento –famoso, fra i molti, un ritratto di Alessandro Manzoni-. Certo il pittore nato a Venezia e vissuto a Milano, non è noto solo per i ritratti. Nel 1859 compose un dipinto che sarebbe diventato un modello perfetto, un unicum, il famoso bacio. Ed il bacio fra Alida-Serpieri e Farley-Mahler ripercorre, con classe viscontea, quell’opera. E certo, funziona.

Baroni
Giuseppe Sciuti, siciliano, figlio di Salvatore, farmacista, e di Caterina dei baroni Costa di Acireale, divenne pittore quando i beni di famiglia furono distrutti dall’eruzione dell’Etna del 1852. Nel tempo si accreditò come un vero maestro. I suoi quadri fanno sistematicamente parte della sezione Ottocento di tutti i musei importanti. Amava le grandi rappresentazioni, le vicende storiche e le battaglie decisive. E tutto ciò che era connesso alla storia, per esempio le prigioni. E così nel 1870 dipinse “I prigionieri di Castelnuovo dopo la capitolazione del 1799”. È molto probabile che un altro artista delle Due Sicilie, Mario Martone, abbia tenuto presente quel dipinto per un certo ambiente che gli serviva per il suo “risorgimentale” Noi credevamo. Due storie di indipendenza nazionale dunque, un’analogia fra un eroe del cinema italiano dell’epoca dell’oro e uno degli autori più dotati di questa epoca. Con un dato comune interessante, sono entrambi registi teatrali. Dunque con una naturale, dovuta attenzione al “figurativo”, magari rispetto alle scenografie: quelle di teatro sono certo vicine alla pittura. Ho già avuto modo di scrivere della grande qualità di Noi credevamo, davvero anomala per la media italiana. Tre giovani del Sud si ribellano alla repressione borbonica del 1828 e si affiliano alla Giovane Italia di Mazzini. La sequenza della prigione è davvero congeniale a Martone. Precoce profeta dell’avanguardia negli anni Ottanta è certo uno specialista del Kammerspiel, degli interni, magari ombrosi, come una prigione, appunto. E Giuseppe Sciuti, in quel lontano 1870, sembrava saperlo.

Pino e Rossella Farinotti

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3 pensieri su “Arte/Cinema

  1. kippollo in ha detto:

    questa e’davvero una rassegna interessante! questa e’davvero bella e buona cultura, mi sono divertita, appassionata e mi e’venuta voglia di bel cinema, continua spero vero?

  2. Piero in ha detto:

    Che noia, ragazzi!

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